Vivono nella penisola malese da millenni, conducendo una vita semplice fatta di caccia, raccolta e piccole coltivazioni. E hanno una lingua tutta loro, diversa da quella delle tribù della zona e persino da quelle di altre comunità che abitano nello stesso villaggio. Una lingua con radici antiche, che nelle sue strutture e nel suo vocabolario tiene traccia di uno stile di vita unico, votato alla condivisione e alla comunità.

Si chiama Jedek, e la parlano appena 280 persone, tra adulti e bambini di etnia Semang.

Un idioma che riflette lo stile di vita dei suoi parlanti: non possiede parole come ‘rubare’ o ‘vendere’, ma che al contrario è ricca di termini che declinano il concetto di scambio e condivisione

Scoperta da un team di ricercatori linguisti dell’Università Svedese di Lund, Joanne Yager e Niclas Burenhult , nell’ambito del progetto Tongues of the Semang, dedicato alla mappatura delle lingue parlate dai Semang, abitanti nella penisola malese.

Dagli studi e dalle ricerche sono emerse all’interno delle strutture linguistiche e del vocabolario Jedek le radici di uno stile di vita completamente differente dal nostro. Uno stile di vita e una cultura che non conosce differenze di genere, non promuove la violenza né la competizione, non prevede l’esistenza di leggi, né di professioni o specializzazioni.

Tutti gli abitanti del villaggio devono possedere le capacità necessarie per sopravvivere in una società di cacciatori e raccoglitori, e devono essere pronti a collaborare e condividere risorse e proprietà. In Jedek infatti non esistono parole con cui definire una professione o un lavoro, né per riferirsi a tribunali, giurie o altre istituzioni dedicate a far rispettare le leggi, né verbi che facciano riferimento al concetto di proprietà, come “prestare”, “rubare”, “vendere” o “comprare”, ma ha invece un ricchissimo vocabolario per esprimere e declinare lo scambio e la condivisione.

Il fatto che la lingua Jedek non possieda parole e concetti relativi alla violenza, o alla proprietà, è qualcosa che si vede in molte comunità che potremmo definire arretrate. È il pensiero che fa la lingua, ed è per questo che studiare le lingue ci aiuta a vedere meglio noi stessi e la nostra civiltà.

 

 


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